La gioventù che partecipa-Oderzo

29 aprile 2009

I valori, il diritto, la tecnica e il codice


Viviamo in un periodo storico in cui si fa strada l’idea che chiunque, a prescindere da una preparazione tecnica e dall’abilità, possa scrivere leggi e produrre diritto. E ci si dimentica, così, che non è un caso che il diritto sia stato definito “ars boni et aequi” e che i grandi codici siano stati elaborati da qualificati giuristi e non siano nati affatto dall’oggi al domani, senza delle serie discussioni, protratte anche per anni, alle spalle.
Francesco Carnelutti, uno dei più grandi giuristi italiani di sempre, scriveva nel 1950: “ma ciò che intus alit […] è poi il giudizio, che deve pronunciare e, prima, deve avere, almeno quanto il giudice, il legislatore. […] Quelli che lavorano nell’officina giudiziaria, fra altro, sono, secondo il modo di dire del mercato industriale, operai qualificati; ma nessuna qualifica, in senso tecnico, si richiede per diventare legislatore. Giudice non può essere, ma legislatore sì, uno che non s’intende né di diritto né di giustizia”(grassetto mio).
È noto a tutti il problema della carenza di effettività della pena nel nostro Paese. Problema enorme, perché, di fatto, è una negazione del diritto che produce un circolo vizioso.
Infatti, l’incapacità pratica di dare attuazione a principi e regole giuridiche, oltre a svilire la civiltà di cui esse sono permeate e i valori che intendono tutelare, può addirittura arrivare a porsi quale elemento dalle potenzialità criminogene.
Se la giustizia procede lentamente e in modo inefficiente, si penalizzano gli innocenti e si favoriscono i criminali; la società, sentendosi indifesa, perde la fiducia nello Stato e insieme cresce la convinzione che violare la legge paga (non c’è più dissuasione, ma persuasione che delinquere paga); l’illegalità così aumenta e l’incapacità di affrontarla proporzionalmente si aggrava.
Ed è superfluo dire che il grado di civiltà di un Paese si misura sì sulla base di più indici, ma che tra questi riveste indubbia, e forse preminente, importanza proprio il grado di progresso che connota l’ordinamento penale e processualpenale, data l’estrema e primaria importanza dei valori che esso, da sempre e per sua natura, abbraccia.
Eppure oggi, che dell’illuminismo giuridico si sente molto bisogno (per non dire la riscoperta!), si sta marciando contro l’ideale delle norme poche, chiare, logiche, semplici ed efficaci.
La linee giuridiche del nostro tempo seguono questa triplice direzione: 1- destrutturazione; 2-decodificazione; 3- incapacità tecnico-linguistica.
Con la destrutturazione il sistema giuridico, inteso come meccanismo di coerenza e logica, si sfalda; con la decodificazione si creano delle “brecce” riempite di sotto sistemi normativi autonomi che assecondano una tendenza di “fuga dal codice” e alla dispersione; con l’incapacità tecnico-linguistica la comprensibilità e la conoscibilità delle norme diventano cose sempre più ardue.
Ipertrofia e logorrea legislativa, sciatteria tecnico-giuridica, complessità e vaghezza normativa, incomprensibilità, ambiguità, carattere casistico delle leggi, sono, appunto, tutte parole all’ordine del giorno.
Da ogni parte, presso gli studiosi, si levano voci di denuncia del degrado legislativo raggiunto dal nostro ordinamento.
Gli addetti ai lavori e ogni persona che venga a scontrarsi con tale realtà a causa di un processo a suo carico, è in grado di percepire questo disagio.
Ma non serve essere avvocati, imputati o parti processuali per avvertirlo, essendo più che sufficiente sfogliare qualche pagina di un qualsiasi manuale di diritto degno di questo nome.
È questo il tempo della “libertà di parola”, intesa negativamente come “parola alla libertà” che conduce al degrado legislativo attuale e al pericolo di una svolta verso l’anarchia normativa alla quale ci si deve opporre con forza.
Si sta creando (meglio: ri-creando, visto che storicamente tale situazione non è nuova) l’ambiente naturale degli “azzeccagarbugli” di ogni tempo, amanti della litigiosità, alfieri del “dum pendet rendet” e sacerdoti del “et lis (non lux!) perpetua luceat eis”.
È una giungla legislativa che finisce per abbattersi contro l’individuo e farsi sentire particolarmente in quel ramo del diritto che prima e con più forza degli altri, tocca la sua vita, la sua libertà personale, la sua dignità: il diritto penale e processualpenale.
Scrive Ferrua, uno dei più grandi maestri contemporanei del processo penale: “[…] di qui uno stato di caos interpretativo che, da un lato, accresce la discrezionalità del giudice, spesso in grado di motivare con eguale forza persuasiva opposte soluzioni; ma, dall’altro, lascia sospesa una spada di Damocle sulla sorte del processo, per l’imprevedibile esito che le eccezioni che una difesa vigile e zelante sa tempestivamente articolare. Inevitabile a questo punto la forte accentuazione della variabile sociale – oggi anche etnica – in quanto a sopportare il peso dell’incertezza normativa, senza la contropartita dei vantaggi che le sono connessi, restano solo gli imputati sprovvisti di un’adeguata assistenza legale”.
Qualcuno disse che “non conoscere la propria storia è come non essere mai cresciuti”.
Ebbene, negli ultimi anni in Italia siamo cresciuti davvero poco.
Certezza del diritto, norme chiare, coerenti, precise, poche (Voltaire), brevi, concise, che non contengono “né dettagli inutili né espressioni vaghe né troppo elaborati ragionamenti esplicativi”(Montesquieu), sistematicità, completezza: sono questi i concetti che dobbiamo recuperare.
Ma in quale modo?
Credo che per rispondere a questa domanda si debba ragionare su un “come” e un “dove”.
Mi spiego partendo dal secondo, il “dove”, il quale va identificato in quell’insieme di norme chiamato Codice.
Esso non è semplicemente un luogo in cui vengono raccolte delle regole, ma un luogo con certe caratteristiche. E queste caratteristiche sono appunto la sistematicità, la completezza, la coerenza interna, l’unità di linguaggio, la presenza di norme poche, chiare e brevi. Per contro, non è codice un semplice e banale assemblato di regole, oscure e confuse, ricche di rinvii ad altre norme magari mal raccordabili alle prime, che danno luogo ad aporie e lacune.
È dal caos legislativo che emerge la necessità della codificazione. Così è stato e sempre sarà.
Riporto le parole di Gaspare Falsitta, un giurista di diritto tributario tra i più stimati in Italia: “Codificare significa passare dalla giungla legislativa al sistema legislativo, dal caos della vigna di Renzo ad una vigna ben coltivata e senza erbacce, con le viti disposte in ordinati e ben politi filari. Codificazione e creazione del sistema sono così avvinti da nesso strumentale: si codifica allo scopo di espungere il superfluo e il vano e di creare un testo legislativo fondamentale e stabile, che abbracci le norme di una branca del diritto sistematicamente disposte in un tutto organico”.
Il nostro “dove”, perciò, è il codice, inteso come fondamenta di civiltà, di logicità, coerenza e, in definitiva, di certezza del diritto.
Ma se è questa semplicità e unità linguistica, sistematica, geografica che andiamo cercando, dobbiamo ora capire “come” trovare e raggiungere questo luogo.
E la risposta è il giurista.
Come scrissi qualche tempo fa, un’affermazione di onestà intellettuale si impone: il diritto è, ed è sempre stato, cosa per giuristi.
Nessuno si farebbe aggiustare la macchina da un dottore e curare da un meccanico, come nessuno si farebbe costruire la casa da un avvocato e difendere in giudizio da un muratore per la banale ragione che è il meccanico che sa aggiustare la macchina e il dottore che sa come curarvi, così come è il muratore che sa costruire le case e l’avvocato che sa come difendervi in giudizio.
Lo stesso ragionamento vale per il diritto e il giurista.
Tractent fabrilia fabri, questo è il principio, tanto banale quanto negletto, che guida e anima la nostra riflessione.
La formulazione delle norme (e parlo proprio di “formulazione”, prima ancora che di “contenuto”) deve essere affidata a persone che conoscono l’ordinamento legislativo, che conoscono il “sistema di norme” nel suo complesso e che sono dotati di quelle capacità tecnico-linguistiche che permettono loro di intervenire in quel sistema e di scrivere una legge in maniera chiara, semplice e terminologicamente corretta, secondo l’insegnamento illuministico.
Anche il migliore degli intenti se non è tradotto da un legislatore preparato ed attento in buone norme, creerà problemi.
E vale la pena ricordare che una cosa è l’”idea” che sta alla base di una norma e un’altra è la “norma stessa”, perché solo quest’ultima, in definitiva, è legge e regola la società, per quanto l’”idea” sia indubbiamente utile al fine di interpretarla.
Se il principio sopra enunciato, quindi, non diverrà un punto fermo, continuerà a permanere una confusione nei ruoli e nella legislazione.
È utile riportare le parole di Voltaire: “la giurisprudenza si è tanto perfezionata che non c’è una coutume (norma consuetudinaria francese, n.d.a.) che non abbia parecchi commentatori, e tutti, com’è ovvio, di opinione diversa”. E ancora: “il vostro diritto consuetudinario di Parigi è diversamente interpretato da ventiquattro commentari; dunque è ventiquattro volte provato che è mal concepito”.
Ora, è ovvio che, per quanto ben strutturata e scritta, una disposizione è suscettibile di essere interpretata in più modi; perciò quella di Voltaire è un’affermazione ingenua, di un non giurista. Però, ha un fondo di verità non trascurabile ed anzi ben visibile nei voluminosi libri che riempiono le biblioteche giuridiche. “È il peso della cultura”, dirà qualcuno e forse, per una parte, ha ragione. Ma l’altra parte è il peso dell’incompetenza di un legislatore che genera problemi interpretativi, essendo incapace di essere chiaro e di esprimere in maniera univoca la sua volontà o, peggio ancora, di rendersi conto della reale portata di ciò che, con la sua voce, impone alla società.
Chiarito, quindi, che il nostro “come” va identificato con un esperto di diritto, il giurista, vorrei puntualizzare che lo spirito democratico che mi anima non può che delineare, comunque, una soluzione in cui la centralità circa la produzione legislativa è sempre del Parlamento eletto dal popolo che, come dice la Costituzione, è sovrano (art. 1 Cost.).
Lungi da me, perciò, qualsiasi concezione di elitismo pedagogico e per il semplice motivo che, come sempre la storia ci insegna, da lì al paternalismo, o addirittura all’autoritarismo, il passo è terribilmente breve.
Il punto, allora, diventa ridefinire il “principio di legalità”, nel senso, appunto, di affiancare a chi decide le leggi, in quanto eletto dai cittadini, coloro che sanno scriverle e sanno indicare proposte, osservazioni e critiche tecnicamente qualificate.
Ora, se, come ammonito sopra, dobbiamo stare attenti a non dare troppo potere al giurista al fine di scongiurare il pericolo consistente nel farne un legislatore, non dobbiamo nemmeno attribuirne troppo poco, con la conseguenza di svilirne il ruolo.
E perché i tecnici del diritto, o meglio, i migliori tra di essi, possano assumere un peso reale, a mio parere è necessario passare attraverso l’istituzione di un nuovo organo costituzionale, che potrebbe chiamarsi “Consiglio dei giuristi”.
Tale organo collegiale dovrebbe avere poteri esercitabili su richiesta del Parlamento o d’ufficio, consistenti nell’emettere pareri tecnici e proposte di legge, ed essere eletto dai professori universitari delle facoltà di diritto.
Per questa via, riteniamo che si possa realizzare un produttivo gioco di pesi e contrappesi tra potere legislativo e potere dei giuristi all’insegna di una più seria produzione normativa che come beneficiari primi ha i cittadini.
Il Consiglio dei giuristi, come strutturato nella presente proposta, non avrebbe, e coerentemente, un potere decisionale, però bilancerebbe, con il suo apporto, il potere del Parlamento sicuramente da un punto di vista tecnico ma anche, data la sua autorevolezza, dal punto di vista del peso delle scelte fatte dal legislatore sull’opinione pubblica.
Detto questo sotto un profilo tecnico, concludo con una considerazione di ordine pratico e cioè che non si può non tener conto del fatto che ogni norma va immersa in una società, fatta di persone le quali avranno il compito di metterla in pratica.
E perché questo avvenga senza problemi, ci vogliono una certa mentalità e le necessarie risorse umane e materiali.
La migliore delle norme possibili non produrrà mai gli effetti sperati se non è anche introdotta in un mondo che è il migliore dei mondi possibili o, quantomeno, che a questo assomigli.
Diceva Calamandrei: “una nuova legge processuale, anche se rappresenta il non plus ultra della perfezione scientifica, non ha come necessaria conseguenza il miglioramento della giustizia, se non fa i conti colle possibilità pratiche della società nella quale deve operare”.
Innanzitutto, quindi, deve essere dato interiorizzato da tutti, specie da chi giudica, che la ricerca della verità, secondo il metodo che più ragionevolmente conduce ad essa, è lo scopo del processo.
A guidare la mente di legislatori, giuristi e giudici deve essere la logica e l’onestà intellettuale.
Amicus Plato, magis amica veritas”.
E non deve poi sfuggire che ogni azione, per quanto guidata dalla stessa regola, può essere compiuta in modi e con atteggiamenti diversi.
Si scriveva giustamente che “accade spesso che le garanzie del cittadino siano più apparenti che reali, tanto che si deve ritenere presidio della libertà personale più il costume civile degli organi di polizia che non le vere e proprie regole giuridiche”(Pisapia).
Accanto a ciò, va poi considerato che senza risorse materiali non è possibile fare nulla.
Un sistema giudiziario senza investimenti non sarà mai in grado di funzionare in maniera efficiente ed anche questo contribuirà a aumentare il circolo vizioso di cui si parlava all’inizio.
Purtroppo, sappiamo che la scarsezza di mezzi ha caratterizzato e continua a caratterizzare la nostra realtà giudiziaria.
Certo, su questo punto come su altri, a molti di noi è dato di fare poco in maniera diretta.
Ma qualcosa di comunque molto importante la possiamo fare ed è farci sentire perché ne abbiamo il diritto, costituzionalmente tutelato, e perché, se è il futuro del nostro Paese, di noi stessi e di chi ci circonda la cosa che abbiamo veramente a cuore, allora ne abbiamo anche il dovere morale, il quale, fra tutti i doveri, è il più nobile e il più forte.

Alessandro Marchetti

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17 febbraio 2008

Norme e metodo


Il principio “tractent fabrilia fabri” è un principio banale che non esclude che chiunque possa dire il suo pensiero, esprimere il suo parere, ma che prevede che i primi ad essere interpellati nella risoluzione di un problema siano coloro che sanno come affrontare questo problema, cioè coloro che sono definiti gli esperti del settore in questione.
Facevamo l’esempio del meccanico in relazione ad un guasto della macchina, del medico in relazione ad una malattia da curare.
Tutto questo vale anche per il diritto, senza che ciò comporti un crollo della democrazia, tutt’altro!
Una cosa è il contenuto, l’intenzione di una norma e il potere di decisione finale circa una legge, tutte cose che spettano al parlamento. Altra cosa sono consigli tecnici di formulazione e proposte di legge che spettano (anche) ai giuristi. Ed proprio su questo punto che insiste la mia proposta.
Sull’argomento vi riporto le conclusioni di una tesi di laurea realizzata da una studentessa di giurisprudenza, Paola Donadel.
Il suo lavoro, dal titolo “atipicità e causa nel sistema contrattuale romano” (relatore Prof. Luigi Garofalo), si concentra sul concetto di contratto nel diritto romano ed affronta il tema secondo una prospettiva logico-storica, approfondendo il significato di “causa contrattuale”.
Proprio all’interno delle conclusioni, sono presenti le riflessioni che a noi interessano, nonché le motivazioni che hanno spinto Paola a realizzare una tesi in diritto romano, materia generalmente poco gradita agli studenti, ma che se studiata con un occhio di riguardo al presente e alle attuali problematiche legislative, sarà sempre di grande utilità.


CONCLUSIONI

Dalle fonti appena studiate emerge chiaramente come Ulpiano si occupi di approfondire il tema delle convenzioni, dei contratti tipici e atipici, che si erano ormai radicati nel sistema contrattuale romano.
Ciò soprattutto in ragione delle esigenze di tutela legate allo sviluppo dell’economia di Roma. Penso che uno dei meriti del giurista severiano sia quello di essere riuscito a completare la costruzione gaiana avvalendosi delle teoriche giurisprudenziali di autorevoli giuristi del passato, in particolare Pedio e Aristone (rimanendo invece implicita l’influenza di Labeone).
Ecco che così facendo Ulpiano dimostra la sua abilità nel raccogliere i pensieri di altri, facendo un discorso proprio.
È il giurista che consente di intravedere l’intreccio fra storia e sistema: un motivo che si rivela ormai come l’autentico tema dominante di tutto il nostro testo .[...]
La causa è scambio, e per capire ciò occorre comprendere lo spirito pratico, il modus operandi con cui i giuristi romani affrontavano i casi concreti.
Il giurista romano non fa elucubrazioni, la sua missione primaria è quella di risolvere problemi, perchè è diretto, breve, conciso, essenziale, pratico e pragmatico.
Vorrei concludere la mia tesi con una riflessione, che a dire il vero va oltre l’argomento approfondito in questa sede, grazie alla quale risulteranno ancora più chiare le motivazioni che mi hanno convinto a realizzare una tesi proprio in diritto romano.
Innanzitutto credo fortemente che se si vuole davvero conoscere, capire una cosa, è d’obbligo iniziare dallo studio delle basi.
Questa regola direi che ha una valenza generale, estendibile anche al campo del diritto.
Dallo studio dei frammenti antichi emerge chiaramente come le raffinatissime riflessioni, strutture ed elaborazioni giurisprudenziali, questo ragionare scientificamente sia stato portato avanti da giuristi che facevano del diritto il loro lavoro, i quali possedevano una preparazione e levatura intellettuale enorme.
L’insegnamento che a mio parere si raccoglie, cercando di guardare le cose dall’alto, è che il diritto è cosa per giuristi, non ci si può improvvisare esperti del diritto.
La formulazione delle disposizioni normative (e, attenzione, parlo proprio di “formulazione” e non di “contenuto”) deve essere affidata a persone che conoscono l’ordinamento legislativo, che conoscono il “sistema di norme” nel suo complesso e che sono dotati delle capacità tecnico-linguistiche che permettono di scrivere una legge in maniera chiara, semplice e terminologicamente corretta.
Se non si ragiona secondo questa via c’è il rischio di cadere in un abisso qualitativo nella formulazione delle norme, con tutte le conseguenze che ne discendono in termini di certezza del diritto, libertà e sicurezza.
A questo punto sorge spontanea una domanda: ha senso parlare di evoluzionismo giuridico? È cioè corretto pensare che il passare del tempo conduca ad un necessario progresso giuridico e che le norme vengano sempre e nel modo migliore incontro alle reali esigenze della società?
Personalmente, credo di no. È triste dover constatare il decadimento legislativo degli ultimi anni, ma va detto che ha raggiunto una evidenza lapalissiana. Con questo non voglio dire che il legislatore di oggi non sia animato da buoni e sani intenti. Il punto è però che non sa “tradurre” la buona volontà in buone norme. E vale la pena ricordare che una cosa è l’ ”idea” che sta alla base di una norma e un’altra è la “norma stessa”, perché solo quest’ultima, in definitiva, è legge e regola la società, per quanto l’ “idea” sia indubbiamente utile al fine di interpretarla.
Il modo in cui la volontà si deve esprimere deve essere scelto da chi conosce il diritto, da chi sa come scrivere la norma al fine di conformarla ad un sistema di diritto che c’è già.
Tornando a quanto argomentato nella mia tesi viene da chiedersi: che cosa insegna e lascia il percorso logico-storico che ho appena compiuto, o meglio, qual è l’eredità che i giuristi romani hanno lasciato alla società di oggi, e che può suscitare l’interesse dei giovani allo studio del diritto romano?
La risposta è semplice: il metodo.
Siamo, a mio parere, tributari di un ampio insegnamento di metodo. Tutto questo discutere, evolvere, correggere, cambiare, che si è riscontrato nel corso di queste pagine non è altro che il risultato del pensiero di giuristi che hanno fatto del diritto il loro lavoro, che sono da considerarsi veri e propri tecnici del diritto, i quali sentono come doverosa l’esigenza di riflettere per mesi su quale sia la soluzione migliore da adottare ai fini di risolvere il caso concreto e allo stesso tempo mantenere coerenza con il sistema di diritto esistente.
Utilizzando altre parole, si tratta di giuristi che sentono l’importanza e allo stesso tempo la responsabilità civile di una buona tecnica legislativa.
Esigenza ribadita dalla pandettestica tedesca e che soprattutto oggi, con la selva sterminata di norme confuse ed oscure che ci ritroviamo, scritte da persone che spesso stanno al di fuori della scientificità e sistematicità, ci insegna che il diritto è cosa per giuristi.
Dicendo questo non intendo legittimare una dittatura dei giuristi o creare una concezione di elitismo pedagogico, ma riconoscere semplicemente che c’è un metodo da seguire nella costruzione delle norme, il quale mira a salvaguardare la coerenza e logicità delle stesse.

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08 febbraio 2008

Protezione Civile Oderzo - Cronistoria


Ho creato un’apposita sezione dedicata alle faccende che hanno interessato in questi ultimi mesi la Protezione Civile di Oderzo, giusto perché possiate farvi un’idea di quello che è successo.
Di alcune delle cose che sono accadute se n’è occupata la stampa. Di altre no.
E dato che in silenzio non riesco a stare, me ne occupo io adesso.
Mi sono preso del “rompi balle” per molto meno. E la cosa, stranamente, mi ha fatto piacere visto che è forse la prova di quella mia “partecipazione” di cui parlo.
Ma mi ha fatto anche pensare.
Mi ha fatto pensare al perchè debba, su questioni peraltro di una certa importanza, essere io a rompere le balle e, in maniera consequenziale e logica direi(!!!), a prendermi del rompi balle.
Alla fine sono solo uno studente, di 25 anni, senza reddito e dovrei pensare a studiare, a fare esami, a laurearmi in fretta e magari, di tanto in tanto, a “vivere”.
Ci sono persone con una esperienza di gran lunga superiore alla mia, pagate per informare, criticare, opporsi.
Persone preposte più di me a comunicare quello che non va nella nostra città con delle sane incazzature.
Ora, con questo non voglio dire di essere migliore (ma nemmeno peggiore) di altri, tutt’altro!
Anzi, forse proprio per questo, mi aspetto sempre molto da chi so che ha le capacità di fare e più di quanto possa io, nel mio piccolo.
Questo non vuol dire neanche che mi fermo; al contrario.
E a dimostrazione c’è la cronistoria che vi propongo in questa sezione dedicata alla Protezione Civile.

Io continuo a partecipare
Alessandro Marchetti

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26 gennaio 2008

Olio che vai… Ossidazione che trovi!


Continuiamo il nostro percorso nei meandri dell’alimentazione, un mondo tanto vicino a noi quanto, almeno in genere, sconosciuto e per questo da scoprire.
L’ultima volta abbiamo parlato dell’acrilammide. Oggi toccheremo di nuovo l’argomento approfondendo, però, il tema degli “oli”.
Ad accompagnarci, come di consueto, Erika Poretto.


Gennaio 2008



Quello degli alimenti è un universo eterogeneo, pieno di sfaccettature e proprio per questo molto affascinante, e sono rimasta piacevolmente colpita dall’interesse che in molti hanno mostrato per esso.
Vorrei perciò continuare il percorso intrapreso la scorsa volta, in cui abbiamo parlato dell’acrilammide, fornendovi alcune informazioni sugli olii.
Recentemente, tra l’altro, è stato posto alla mia attenzione un vecchio articolo dell’A.R.C., Associazione per la Ricerca sul Cancro (vedi A. Nava, Grassi necessari. Quantità e qualità, Fondamentale notiziario dell’ACR, n. 30/1992, pp. 22-23), che contiene delle affermazioni che mi hanno lasciata un po’ perplessa non perché siano inesatte ma perché, secondo il mio parere, sono alquanto incomplete.
Concedetemi un po’ di tempo e vi dirò, in sintesi, quello che conosco, sperando di far luce sui vostri eventuali dubbi sull’argomento.

Partiamo dal principio: come ho affermato prima l’universo degli alimenti è vasto e difficile da comprendere e catalogare e questo vale anche per il mondo degli olii e dei grassi, ma per rendere semplice la cosa proverò a suddividere la categoria in base al profilo degli acidi grassi:
1. grassi costituiti in prevalenza da acidi grassi saturi (acido palmitico, acido stearico, acido butirrico, acido caprinico ecc…) caratterizzati da punti di fumo abbastanza elevati e un’alta resistenza all’ossidazione;
2. olii costituiti in prevalenza da acidi grassi monoinsaturi (acido oleico). Hanno punti di fumo elevati e una media resistenza all’ossidazione;
3. olii costituiti in prevalenza da acidi poliinsaturi (acido linoleico e acido linolenico) con i punti di fumo più elevati ma una bassissima resistenza all’ossidazione.

Concentrandosi sugli olii da frittura, essi dovrebbero essere scelti in base:
- alla loro capacità di resistere alle alte temperature o detta in modo scientifico, quelli dotati di un alto PUNTO DI FUMO (avete presente quando l’olio fa il fumo? Significa cha ha raggiunto la temperatura alla quale inizia ad evaporare ovvero la temperatura di fumo);
- alla loro stabilità all’ossidazione. L’ossidazione è un processo che si instaura in presenza di ossigeno ed è accelerato dalla luce e dal calore. Questa reazione interessa gli acidi grassi poliinsaturi in maniera prevalente, gli acidi monoinsaturi in maniera minore e non interessa per nulla gli acidi saturi. L’ossidazione porta alla formazione di radicali liberi tossici e cancerogeni.

Date queste caratteristiche sembrerebbe che i migliori olii da utilizzare per la frittura siano quelli con prevalenza di saturi e di monoinsaturi.

Della prima categoria fanno parte :
OLIO DI PALMA: simile al burro ma di origine vegetale. Contiene il 52% di grassi saturi ed è caratterizzato da un punto di fumo di 230°C.
MARGARINE HARD: derivano dall’idrogenazione di olii vegetali. Possono contenere fino ad un 80% di grassi saturi.
STRUTTO: grasso animale costituito per il 41% da acidi grassi saturi e per il 47% da acidi grassi moninsaturi. Ha un punto di fumo compreso tra 130-210°C.
Olio di palma e margarine sono usati, nella stragrande maggioranza, nei fast food e a livello industriale in quanto danno minor problemi di ossidazione quindi riescono a dare una maggiore standardizzazione del sistema produttivo e analitico dei prodotti.
A livello chimico fisico i grassi “saturi” sono perfetti per la frittura ma sotto l’aspetto biochimico ne è altamente sconsigliato l’utilizzo… per quale ragione?
È presto detto: dati epidemiologici indicano che l’abuso, non l’uso razionale, di grassi “saturi” aumenta vertiginosamente il rischio di contrarre malattie cardio-vascolari (colesterolo e pressione arteriosa alta, infarti, angine, arteriosclerosi).

Del terzo gruppo di olii fanno parte:
OLIO DI MAIS: punto di fumo di 236°C e una concentrazione in poliinsaturi pari al 62%
OLIO DI GIRASOLE: punto di fumo di 236°C e contenuto in poliinsaturi pari al 69%
Molto contenuto in poliinsaturi significa tanta ossidazione e tanti radicali, per questo sono olii totalmente inadatti alla frittura.

Della seconda categoria fanno parte (e qui mi ricollego all’articolo dell’A.R.C.):
OLIO DI OLIVA: ha punto di fumo di 190°C e una concentrazione in monoinsaturi del 73%
OLIO DI ARACHIDI: costituito per il 69% da monoinsaturi, 33% pa poliinsaturi e con punto di fumo di 231°C.
L’olio di oliva ha sicuramente dei pregi elevati quali:
o buon punto di fumo
o presenza di sostanze antiossidanti che bloccano i radicali che si formano durante l’ossidazione.
Perché l’olio di oliva sia un ottimo grasso da frittura bisogna evitare comunque l’insturarsi dell’ossidazione durante la conservazione:
o tenendolo in luogo fresco e asciutto
o conservandolo in bottiglie di vetro scuro (bloccano la luce)
o non lasciandolo in dispensa per più di 6/8 mesi.

Spero di avervi dimostrato che non esistono olii e grassi buoni e cattivi ma tante volte sta tutto nel nostro modo di agire e di consumare i cibi.

Per quanto riguarda le miscele commerciali tante volte non vengono esposte le formulazione per un discorso di segretezza e di copyright, in barba alle vigenti leggi sulla rintracciabilità.
Vi riporto un’etichetta di un olio “per frittura” che ho trovato in casa mia:
o olio di semi di girasole ad alto contenuto di linoleico
o olio di semi di girasole ad alto contenuto in oleico
o olio essenziale di coriandolo
l’olio di girasole ad alto oleico e linoleico è estratto da semi di piante selezionate (non sono OGM) appunto per modificare il profilo degli acidi grassi.
L’olio essenziale di coriandolo serve solamente per dare un certo profumo all’olio.
Le informazioni nutrizionali della miscela riportano:
o grassi saturi 9%
o grassi monoinsaturi 29%
o grassi poliinsaturi 54%
o punto di fumo di 190°C
o vitamina E pari al 600% della razione giornaliera raccomandata (RDA). La vitamina E ha capacità antiossidante e viene opportunamente aggiunta.
La confezione ha un rivestimento protettivo nei confronti dei raggi luminosi.

Mi è stato chiesto quale olio dà la garanzia di produrre meno acrilammide. Purtroppo devo rispondervi NESSUNO!!!
Mi spiego meglio, l’acrilammide durante la frittura si forma a causa delle alte temperature che si raggiungono e questo è un processo inevitabile.
La qualità dell’olio influisce solamente sulla quantità di radicali che si possono formare e come vi ho detto i radicali sono pericolosi e dannosi tanto quanto l’acrilammide.

Novità nell’ambito acrilammide? SI
o dei miei professori sono riusciti a mettere appunto un metodo che fa evaporare l’acrilammide dagli alimenti, è ancora in fase di sperimentazione ma già una nota multinazionale si è interessata al progetto;
o alcune aziende del settore delle patatine fritte hanno provato a “togliere” parte del glucosio dalle patate (il glucosio è uno dei reagenti della razione che porta alla formazione di acrilammide) utilizzando dei batteri lattici (quelli dello yogurt quindi innocui) che letteralmente si mangiano questo zucchero. Il risultato? Patatine biancastre, flosce, senza gusto… a voi la scelta!


Erika Poretto



BIBLIOGRAFIA:
• TOM P. COULTATE, La chimica degli alimenti, Zanichelli (2002)
• http://www.fao.org/docrep/V4700E/V4700E0b.htm#Chapter%206%20:%20Selected%20uses%20of%20fats%20and%20oils%20in%20food
• http://www.lunario.com/index.php?Mod=2&Doc=40&Lev=6
• http://en.wikipedia.org/wiki/Cooking_oil

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28 ottobre 2007

Alimento che vai, salute che trovi


L’articolo pubblicato qualche tempo fa sull’acrilammide, scritto da Erika Poretto, è stato molto apprezzato.
E ciò, oltre a fare certamente piacere, è anche un segno sicuro che questo tipo di informazioni in molti di noi le vorremmo apprendere più spesso e che saremmo ben lieti di rinunciare a qualche “ricettariempitivodeitelegiornalimeccanismodiintontimentodimassa” per esse.
È delle cose importanti che si deve parlare e discutere in primo luogo, lasciando a tutto il resto il tempo che rimane.
Così, a mio modo di vedere, si fa informazione. Altrimenti è varietà.
E chi parla deve avere cognizione di causa.
L’articolo, infatti, non l’ho scritto io che di scienze e tecnologie alimentari ne so quanto la maggior parte della gente, cioè poco, ma una persona che studia, e da anni, la materia.
In ogni caso, il messaggio di fondo Erika lo ha espresso bene in conclusione dicendo”MANGIATE SANO E NON FUMATE”.
E proprio in questa direzione, con bellissime finalità educative, si sono indirizzate delle ottime iniziative svoltesi in alcuni istituti scolastici.
In particolare vi riporto due esperienze.
La prima è dei bambini delle scuole elementari di Motta di Livenza e San Govanni che in maggio, all’interno del progetto “ educazione a stili di vita sani” promosso da “Amici del Cuore”, Ulss, Ospedale e Comune di Motta, hanno fatto la merenda per una settimana con cibi sani come frutta e Yogurt e hanno organizzato con la scuola elementare di Conegliano un’opera teatrale dal titolo “Re Artù e i cavalieri della sana tavola rotonda” (V. L’Azione del 13 maggio).
La seconda è degli istituti Obici e Sansovino di Oderzo, in cui grazie all’Usl 9 e all’uffico scolastico provinciale, sono stati installati, accanto ai distributori contenenti le classiche merendine, anche distributori di cibi salutari come frutta, insalate, yogurt, merendine senza glutine (V. Gazzettino dell’11 maggio).
Queste sono iniziative che decisamente fanno bene e in tutti i sensi!
Ovviamente non sono le uniche, ma la cosa importante e che tali esperienze siano promosse, incentivate, ripetute e diffuse il più possibile perché è così che si trasmettono conoscenze e si crea una cultura della salute e del rispetto di sé stessi.
E a dare il “buon esempio” credo che per prime dovrebbero essere le Pubbliche Amministrazioni, ad iniziare dai Comuni, i quali potrebbero dotare le cosiddette “macchinette” di cibi salutari come quelli menzionati sopra, magari favorendo economie in crescita e ispirate a principi nuovi come quelli del commercio “equo e solidale”.
E un’idea che propongo e che, vista la sua bontà, spero qualcuno raccolga anche nella nostra città.
Se così sarà, sarò ben felice di parlarne.

Io partecipo
Alessandro Marchetti

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18 ottobre 2007

Favo d'api a Follina


Pubblico un articolo del Professor Claudio Graziola, sempre al riguardo del mondo delle api (1 2 ).




"Un giorno mi capitò di arrivare a Follina, un paese tranquillo e delizioso della Provincia di Treviso, situato in una zona collinare inondata di luce, protetto dalle Prealpi, con un ambiente ancora salubre. Ricca di storia risalente all'Età del Bronzo, ha sul suo territorio, in corrispondenza dell'unica risorgiva d'acqua che sgorga abbondante e pura per tutto l'anno, l'Abbazia di Santa Maria, un complesso monastico religioso del 1200, ora Monumento Nazionale.

Il centro monastico iniziò per merito di alcuni religiosi di S.Benedetto, sostituiti nel 1146 dai Cistercensi provenienti dalla Abbazia milanese di Chiaravalle, e nel 1915 dai Servi di Maria, i quali ancor oggi vivono nella preghiera e si adoperano a mantenere lo splendore dell' intero complesso a suo tempo restaurato.
Sul lato meridionale della Basilica, come regola architettonica cistercense, c'è il chiostro romanico del 1268 a forma quadrata ed al centro la immancabile fontana a base ottagonale. Lungo il perimetro corre un muretto su cui poggiano le colonnine binate, semplici oppure annodate, con disegni e fregi vari. Ed è proprio nel capitello di una delle colonnine, credo caso raro, che è scolpito su tutti i quattro i lati un favo d'api raffigurato da una serie cospicua quasi regolare di fori rotondi larghi circa mezzo centimetro.
Entrando nel chiostro si svolta a sinistra trovandosi al lato opposto della Basilica e del campanile; si percorre il porticato fino a metà dove c'è il passaggio centrale sostenuto nel mezzo da una colonna; quindi si prosegue per alcuni metri fino alla porta del refettorio monastico e di fronte ad esso sulla seconda colonnina binata è scolpito il nostro favo d'api. Ho avuto l'occasione di avere un breve e fruttuoso incontro con frate Ermenegildo, curatore delle antichità dell'Abbazia, il quale mi ha spiegato che il favo d'api, come altre raffigurazioni poste su alcune colonne, ha una funzione puramente simbolica.
La sua interpretazione è la seguente: i frati, prima di entrare nel refettorio per mangiare, si lavavano le mani nella fontana collocata al centro del chiostro e poi, passando obbligatoriamente vicino alla colonna, vedevano il favo d'api ricordandosi così che, come le api si nutrono del miele frutto della loro umile e operosa fatica, anch'essi potevano recarsi alla mensa consapevoli di aver adempiuto ai compiti giornalieri di preghiera e di lavoro.
Per avvalorare più compiutamente tale significato, ritengo che aver scolpito il favo d'api sia stato fatto anche per onorare e ricordare S. Bernardo di Chiaravalle, fondatore dell' ordine dei Bernardini Cistercensi, canonizzato nel 1174, soprannominato il Doctor mellifluus ovvero il maestro donde scorre il miele."

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12 settembre 2007

Sapere essere liberi


Se qualcuno non ne fosse stato ancora convinto, ora deve convincersene per forza perché ha avuto la dimostrazione sotto gli occhi: “la liberta è partecipazione!

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10 settembre 2007

V-day e Grillo


Comunque la si pensi, il V-day di sabato è stato un successo. 300.000 le firme raccolte in un giorno. Ed era veramente bello e incoraggiante, vedere nella nostra Piazza Grande a Oderzo tante persone (opitergine e non) richiamate dall’evento, disposte inoltre ad aspettare e ad affrontare una lunga fila pur di aderire all’iniziativa.
Ad un certo punto, i moduli per la raccolta delle firme sono addirittura finiti. E se questo da una parte ha dato luoghi a taluni disguidi, dall’altra dimostra con quanta forza si sia voluto trasmettere un segnale.
In questo momento del V-day e del “personaggio Grillo” ne parlano in molti.
Il Corriere della Sera, per esempio, ha pubblicato oggi alcuni articoli con opinioni che non condivido pienamente.
Altre persone, magari meno famose, ma con menti che ritengo decisamente più interessanti, hanno svolto taluni considerazioni alle quali mi sento molto più vicino. In particolare vi segnalo questo articolo e i relativi commenti.
In ultima, vi riporto questo link ad un articolo di Alberoni del 6 Agosto, che ripete una riflessione estremamente interessante: qualsiasi cosa tu faccia, anche nel migliore dei modi e con le migliori intenzioni, ti creerai sempre dei nemici.

Alessandro Marchetti

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07 settembre 2007

Domani c’è il V-day!


Che io sappia i telegiornali non ne hanno parlato, mentre i giornali qualcosa, seppure non moltissimo, hanno detto. Felicissimo comunque di essere smentito.
In ogni caso domani si terrà in oltre 200 città italiane, compresa Oderzo, il “V-day”, o meglio, “Vaffanculo day”.
In questa occasione verranno raccolte le firme per la proposta di legge di iniziativa popolare che contiene questi tre punti:
1 Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale;
2 Nessun cittadino italiano può essere eletto in Parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente;
3 I candidati al Parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.

Di seguito allego il manifesto dell’evento.

È un’occasione importante per dare un segno che per tutti noi cittadini la “civiltà” conta; che nessuno nel nostro paese può fare quello che vuole, i suoi comodi; che i parlamentari non sono dei “loro” in contrapposizione a tutti gli altri, ma sono nostri dipendenti!
Perciò domani andate in piazza a firmare, date il vostro contributo: in una parola, partecipate!
Power to the people!

Io partecipo
Alessandro Marchetti

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02 settembre 2007

Pressione meritocratica


È da un po’ di tempo che sono teso e ho la pressione alta, e credo di averne capito la causa. Il punto è che credo nella meritocrazia.
Una volta ci credevo inconsciamente, poi ci ho creduto consciamente e fino a poco fa di nuovo inconsciamente. È tutto qui il mio errore.
La meritocrazia infatti è una cosa bella, ma richiede una forte e solida base di razionalità. Così è per le attività umane lavorative, decisionali, politiche, dove la razionalità dipende tutta dalle persone e quindi può esserci… come no. E che ce ne sia poca lo si capisce, per esempio, leggendo libri e articoli di giornalisti “non accondiscendenti” che, per inciso, hanno tutta la mia stima dato che si rovinano il fegato e affrontano mille rogne per raccontare ciò che scoprono.
In questo periodo sto leggendo La casta” di Stella e Rizzo e concordo con un mio amico che l’ha letto prima di me: bastano poche pagine per buttarti così giù da rovinarti la giornata. …Perciò è un libro da leggere.
Comunque, riprendendo il discorso sul legame meritocrazia-razionalità, se le cose vanno così nel lavoro e nella politica, è quando entrano in gioco situazioni sentimentali, che per quanto ne so sono il regno dell’irrazionalità, che allora le cose diventano ancora più complesse.
E la pressione meritocraticamente sale.
Allora sento il bisogno di staccare la spina, di non pensare. E la soluzione più banale per intontirsi un po’ è accendere la televisione. È una sorta di epidurale, una epidurale televisiva, che fa il suo effetto nella parte superiore del corpo colpendo soprattutto il cervello.
Ma è proprio quando sono un po’ frastornato, quando sto ridendo per una battuta per la quale non avrei mai riso, che, come una spina conficcata tra le costole all’improvviso, mi assale un dubbio: che la meritocrazia alcune, pochissime, volte funzioni, ma che non meriti niente.

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24 luglio 2007

Una spiaggia a me, una spiaggia a te...reloaded


Non so se sia lecito da parte mia autocitarmi però, visto che siamo a fine luglio, in pieno periodo di giornate al mare, e visto che mi pareva un discorso ragionevole, vi ripropongo uno dei miei primissimi articoli “Una spiaggia a me, una spiaggia a te”.
Direi che le cose quest’anno non sono molte cambiate. Aggiungerei, anzi, alle mie considerazione sulle spiagge libere, la richiesta di altri basilari servizi: dal semplice marciapiede, per renderle più accessibili a tutti, ai servizi igienici, alle torrette di salvataggio, per renderle, almeno lì dove maggiormente frequentate, più sicure.

“Mi trovo assolutamente d’accordo con Beppe Grillo: non devono esistere spiagge private e spiagge libere. È un non senso. La spiaggia è spiaggia. Punto. E siccome è una cosa che appartiene a tutti, tutti dovrebbero poterne usufruire liberamente e gratuitamente. È invece cosa accade in Italia? Che la gran parte delle spiagge sono date in concessioni ai privati i quali, tra una cosa e l’altra, ti fanno costare una giornata al mare un occhio della testa. Per tutti gli altri, quelli che non vogliono dissipare il loro patrimonio arricchendo i ricchi, né vogliono alimentare questo paradosso molto italiano delle spiagge private, restano le “discariche”. Sì perché molte volte le spiagge libere sembrano più delle discariche che altro. Beh, dirà qualcuno, è “normale” che sia così perché se le spiagge libere diventano più belle di quelle private in queste ultime non ci va più nessuno; e poi pulire ha dei costi. Ovviamente ciò è vero, ma mi fa pensare che il concetto di normalità a volte è proprio strano! Per carità, uno non pretende una pulizia giornaliera, ma una adeguata cura delle spiagge libere, eseguita con una periodicità conforme alle esigenze concrete dei singoli posto, la si deve esigere. E non è mica una semplice questione di agio e comodità personale. Qui si tratta di sicurezza propria e dei bambini soprattutto. Ma è anche un discorso di bellezza delle nostre spiagge e di cura dell’ambiente.
Ora, come sempre le cose possono cambiare se le persone si fanno sentire. Io vado sempre nelle spiagge libere e due cose che ho notato negli ultimi tempi. La prima è che coloro che vanno nelle spiagge private si lamentano dei prezzi e decidono di spostarsi altrove. La seconda è che le persone che frequentano le spiagge libere aumentano ogni anno. Che non sia il caso di investire qualche risorsa in più nella direzione indicata sopra?”

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Alessandro Marchetti

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18 luglio 2007

http://bejvavalo.spaces.live.com/


Ogni tanto capita ancora di sentire chi sostiene che gli studenti e i giovani d’oggi non sono più quelli di una volta.
Sempre meno per fortuna. Ed infatti è una cazzata immane.
Ragazzi svegli e pieni di voglia di fare ce ne sono eccome.
Anzi, internet, con i siti e i blog, permette loro di esprimersi e farsi sentire ancora meglio di una volta. Perciò è vero che basta semplicemente volerli vedere questi giovani.
Qualche tempo fa, per esempio, vi parlavo di Francesco Benedet che con il suo blog http://mottaviva.blogspot.com/ affronta i problemi della sua città ma non solo.
Di recente, poi, è iniziata una collaborazione con il sito http://www.come2discuss.net/ gestito dal mio amico Daniele Danese, altro giovane mottense, e i suoi compagni di Università.
Oggi voglio parlarvi di un altro blog la cui autrice è Valentina Barbieri.
L’indirizzo del blog è http://bejvavalo.spaces.live.com/ .
Non vi nascondo che è una mia carissima amica e che ho il piacere di conoscerla da molto tempo.
Se ascoltate lei, vi direbbe che il suo blog è un “mezzo diario di bordo”.
Non è così. Credetemi, è davvero molto di più!
Innamorata delle Russia e della cultura di questo paese, vi guiderà attraverso le sue meraviglie, le sue curiosità e contraddizioni.
Ma tra i suoi articoli vedrete che si parla molto anche di musica, di letteratura, dei giovani e della vita.
E il tutto con una freschezza di idee, una brillantezza di stile e una carica di entusiasmo che è davvero invidiabile.
Vi consiglio caldamente di leggere (e ce ne sono di articoli!) il suo sito dall’inizio alla fine perché è pieno di sorprese, di pensieri splendidi e di cose da imparare.
Diciamo così: c’è chi consiglia il “libro per l’estate” ed io, invece, che vi consiglio il “blog per l’estate”.
Già, più che un semplice diario di bordo, direi proprio, usando un aggettivo caro a Valentina, che il suo è un blog “denso”!
http://bejvavalo.spaces.live.com/


Alessandro Marchetti

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14 luglio 2007

Quando i cittadini diventano una Spinè sul fianco…


Nelle pubblicità, quando la gente si sveglia alla mattina e si alza vede il verde, paesaggi stupendi e infiniti, da favola.
La realtà, ovviamente, è sempre un po’ diversa.
Infatti, chi è fortunato vede il suo giardino. E io in questo senso sono molto fortunato.
Altri invece vedono il proprio quartiere. C’è poi chi vede il condominio di fronte.
Gli abitanti di via Spinè vedono… le corriere. Quando si dice “la fortuna”!
Vediamo cos’è successo.
Il 7 Giugno esce la notizia (V. Gazzettino e Tribuna) che verranno collocati nel piazzale di via Spinè circa una trentina di corriere. Il Comune prende questa decisione perché la zona è migliore della precedente, il Foro Boario. Inoltre il piazzale verrà illuminato e la collocazione è solo temporanea.
Sembrerebbe tutto bello, ma ci sono più di un “però” e gli abitanti di via Spinè, insieme a quelli di via per Piavon e Magera, appoggiati peraltro dal capogruppo dell’Ulivo, non stanno a guardare e immediatamente fanno sentire la loro voce.
Tra coloro che guidano la protesta c’è Bruno Girotto che, in maniera chiara e altrettanto decisa, fa notare, esprimendosi più volte e pubblicamente, che la soluzione del Comune non è tra le più felici e per motivi piuttosto seri (V. Tribuna 10 Giugno; V. Gazzettino 16 Giugno; V. “il Dialogo” di Luglio).
Infatti, quanto a sicurezza c’è da notare che:
1-il piazzale si trova in prossimità di una doppia curva in cui c’è scarsa visibilità;
2-che, peraltro, la strada in cui si immettono le corriere è molto frequentata;
3-che l’uscita del piazzale interrompe una pista ciclabile e pedonale utilizzata da molte persone.
Quanto all’impatto ambientale e alla qualità della vita dei residenti, in particolare per chi abita a ridosso del piazzale, va considerato:
1-l’inquinamento atmosferico dei gas di scarico;
2-l’inquinamento acustico;
3-e il fatto che il tutto apparirà come un “pugno su un occhio” paesaggistico.
Il Comune, allora, come difende la fondatezza della sua scelta?
La mente di questa operazione è il vicesindaco, candidato alle elezioni per il centrosinistra, Bruno De Luca (V. Tribuna 7 Giugno).
Ora, De Luca sui giornali non è mai apparso molto durante questi mesi. Si è fatto sentire poco, ma non perché non ha lavorato. È che non ce lo ha fatto sapere.
Un suo momento di gloria comunque lo ha avuto.
Di lui, infatti, si è parlato un sacco quando ci sono state le dimissioni di dieci iscritti alla Margherita, tra cui alcuni membri “storici”, proprio con De Luca segretario, e i giornali titolavano “La Margherita sfiorisce” (V. Gazzettino del 22 Aprile).
Cose, insomma, che danno grandi soddisfazioni.
Ma torniamo ad oggi e vediamo cosa ci dice il nostro vicesindaco.
Innanzitutto ripete più volte che la collocazione delle corriere in via Spinè è provvisoria. Dovrebbe durare circa due anni.
E i residenti di questa “provvisorietà” ovviamente ringraziano!
Non saranno infatti “definitivamente incazzati”, ma solo “provvisoriamente incazzati”.
Che “provvisorio” voglia dire tutto è niente è un altro discorso.
Che, poi, l’assegnazione delle ex-caserme al Comune, in cui c’è l’idea di spostare il deposito delle corriere, dipenda non dal Comune, ma dal Ministero delle Difesa, è un altro discorso ancora.
E comunque due anni cosa volete che siano! Dicono che il tempo vola, no?
De Luca poi ci dice che il nuovo piazzale verrà illuminato.
E immagino ringrazieranno quelli che ci abituano di fronte e che alla sera magari vorranno dormire.
Parlando poi delle lamentele dei residenti di via Donizzetti, il nostro vicesindaco sembra voler tranquillizzare le famiglie di via Spinè.
Dice infatti: “oltre ai rumori e agli odori, i residenti (di via Donizzetti, n.d.a.) han(n)o dovuto sopportare anche danni alle loro abitazioni”(V. Gazzettino del 7 Giugno).
Beh, direi che va proprio bene, saranno contenti di saperlo gli abitanti di via Spinè! Meglio di così non poteva andare!
De Luca, inoltre, sottolinea che i costi dell’operazione non li sosterrà il Comune, ma la società di trasporti.
A parte il fatto che ci mancherebbe anche altro, fargli capire che il vero punto della questione è ben diverso sembra abbastanza difficile.
Quante alle imprese di trasporto sempre De Luca ci fa sapere che “entrambe le aziende di trasporti interpellate (grassetto mio, n.d.a) hanno dato parere negativo sulla collocazione in foro boario. Gli autobus risultavano essere in zona troppo isolata e fuori controllo”(Tribuna 7 Giugno).
Le aziende devono aver pensato, perciò, che assumere qualcuno che controlli costa. Più facile, quindi, spostare direttamente le corriere.
Domanda: ma se le aziende, come ha detto De Luca, sono state entrambe “interpellate”, è stato fatto altrettanto con i cittadini di via Spinè?
Sembrerebbe di no!
Ci fa infatti sapere Girotto che lui è “dispiaciuto in quanto, quale sostenitore dell’attuale amministrazione, pensavo che almeno venisse fatta una riunione con i residenti per informarli della decisione. Invece niente, veniamo a sapere le cose perché vediamo le betoniere al lavoro”(V. Gazzettino 16 Giugno).
Alla faccia della “partecipazione dei cittadini” di cui parla il Sindaco che con lodi sperticate autocelebra il suo operato (V. Tribuna 12 Giugno); del “confido anche nel Vostro prezioso aiuto, nei Vostri consigli e nella Vostra benevolenza. Con affetto” sempre di Dalla Libera, che potete leggere sul sito del Comune; e del “Se ci sono problemi specifici, invito i cittadini di via Spinè a segnalarceli. Siamo qui per risolverli” di De Luca (V. Gazzettino 7 Giugno).
Sempre per quanto riguarda De Luca, i giorni in cui diceva che “vivere in modo sano e confortevole e nel medesimo tempo salvaguardare l’ambiente è la sfida che la progettazione e costruzione dell’architettura dovrà affrontare in un futuro molto prossimo”, in cui parlava di “benessere abitativo” e “qualità dell’ambiente urbano” sono lontani (V. QUI Oderzo di Maggio).
Su una cosa comunque siamo tutti d’accordo: non ci sono problemi!
Dice De Luca:”I timori che ci hanno espresso i residenti ci appaiono leciti, ma l’allarmismo mi pare eccessivo”(V. Tribuna 7 Giugno).
Come sempre è tutto tranquillo, non ci sono problemi. Si vede che De Luca ha imparato bene la lezione di Dalla Libera.
Ed è tutto talmente tranquillo che già il 10 Giugno è partita la raccolta di firme. E sono sicuro che questa raccolta di firme peserà, eccome!
In conclusione, mi sento piuttosto d’accordo con Girotto quando, parlando delle ex-caserme, possibile futura sede del deposito delle corriere, dice “Personalmente propongo al Ministero della Difesa di riaprirle, un po’ di disciplina non farebbe male”.

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Alessandro Marchetti

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11 luglio 2007

Memorizzate!


Da bambino, alle elementari, il mio maestro mi faceva imparare le poesie a memoria.
Devo dire che per me non era un peso. Anzi, mi ricordo ancora la prima poesia che ho imparato. È una simpatica filastrocca di Gianni Rodari, un grandissimo autore di cui, purtroppo, ci si sta dimenticando e che varrebbe la pena riscoprire nelle scuole.
Il mio bravo maestro faceva imparare le poesie a tutti noi, piccoli e giovanissimi studenti, perché voleva sviluppassimo la nostra memoria e secondo me ha fatto una cosa buona.
Perché la memoria è importate per lo studio, per il lavoro ed anche nei rapporti sociali.
Il punto, però, è che una cosa è far sviluppare la memoria in modo intelligente e ragionevole. Tutt’altra cosa è costringere le persone ad enormi e inutili sforzi mnemonici.
Per capirsi, un blocco di parole imparate a memoria non serve a niente!
Ciò che conta davvero è memorizzare l’idea.
Gli studenti vanno stimolati non rincretiniti.
Io, per esempio, sono uno studente del quinto anno di giurisprudenza e per me la memoria è importantissima. Ma posso assicurarvi che gli articoli che ho imparato a memoria sono pochissimi e questo perché sapere leggi a memoria non serve a nulla. E chi ci prova, il giorno dopo non si ricorda più niente!
Quello che è veramente importante sono i concetti, le idee, gli schemi, le categorie e soprattutto le problematiche, di un tempo e di oggi.
Queste sono le cose che risvegliano la mente, che fanno lavorare il cervello, che ci consentono il progresso.
Perciò se un professore fa imparare a memoria ai suoi studenti i “Sepolcri” di Foscolo, per esempio, vuol dire che non ha davvero capito un ca…o!
E guardate che professori così purtroppo ce ne sono! Io non ho figli, ma sono sicuro che ci sono dei genitori tra i lettori del blog.
A loro dico: “incazzatevi con questa gente!”.
E non per fare un piacere a me, ma per i vostri figli e per la loro salute psichica!
Sia poi altrettanto chiaro, e qui mi rivolgo agli studenti, che non vi sto assolutamente dicendo di non studiare, anzi! Dico solo che se vi ordinano di fare qualcosa, domandatevi sempre perché.
Studenti di tutto il mondo, unitevi!

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Alessandro Marchetti

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25 giugno 2007

L’alba dell’Anno Secondo


Nella vita un po’ di certezze ci vogliono. Ovviamente sono molto poche, ma di un paio almeno non se ne può fare a meno. E quando cadono anche quelle che si crede di avere, allora sì che succedono dei bei casini.
Vi faccio un esempio tratto dalla mia esperienza.
Io fino a l’altro giorno credevo di vivere nel mese di Giugno dell’anno 2007.
E invece no! Sbagliato!
Siamo all’alba dell’Anno Secondo!
E per fortuna che ce lo ha fatto sapere il nuovo Presidente della Protezione Civile, quello che, dopo le famose dimissioni di massa dei volontari del gruppo opitergino, era stato nominato (non eletto, almeno fino a una settimana fa) dal Sindaco Dalla Libera.
Si legge infatti nell’avviso di convocazione dell’Assemblea Straordinaria della protezione civile che “Chiuderà l’Assemblea un brindisi e lo scambio di auguri per le festività di Fine Anno.”
…festività di Fine Anno!
Ammetto che per un po’ tutto ciò mi appariva oscuro e confuso, però se ci pensate bene ha ragione lui!
Dalla Libera, che aveva nominato l’attuale Presidente, è stato eletto circa un anno fa e quindi adesso siamo… all’inizio dell’Anno Secondo dell’Era Dalla Libera! Chiaro no?!
Ormai le cose a Oderzo funzionano come per le dinastie antiche in cui si contavano gli anni dall’ascesa al potere dei capostipiti delle famiglie regnanti!
Perciò che dirvi ancora? Siate felici, brindate pure voi, buonanotte e Felice Anno Nuovo!

Io partecipo
Alessandro Marchetti

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19 giugno 2007

Giovani, partecipazione politica e internet


Il settimanale “L’Azione” nel numero del 20 Maggio ’07, all’interno di un più ampio discorso sui giovani e la politica a cura di Francesca Nicastro, ha voluto dedicarmi alcune righe (per leggere l’articolo: http://www.oderzopartecipa.it/azione) . Volendo ringraziare l’editorialista e il redattore Tommaso Bisagno, ho scritto un breve intervento, che è stato pubblicato su L’Azione del 10 Giugno che di seguito riporto.


“Ne parlavo qualche tempo fa con una giovane scrittrice, Michela Murgia, e concludevamo che “non tutto il male viene da internet”.
Il web è un mare vastissimo, in cui si può trovare di tutto. Certo, presenta i suoi pericoli e non sempre è accessibile come vorremmo (virus, connessioni lente, ecc.).
Però, se lo si impara a conoscere e a sfruttare al meglio, ha delle potenzialità incredibili.
Sa essere, infatti, come dice giustamente Francesca Nicastro nel suo editoriale (V. L’Azione del 20/5/07) “la nuova frontiera della partecipazione giovanile, ritenuta fonte di informazione più libera e democratica dei media tradizionali”.
La rete è un luogo di scambio di idee, offre spunti di riflessioni e permette in modo estremamente semplice di far sentire la propria voce, di esprimere il proprio punto di vista. In una parola internet è un mezzo innovativo di “partecipazione” alla vita sociale. E non mi stancherò mai di dire, con le parole del grande Giorgio Gaber, che la libertà ha un senso se la si usa, che la “libertà è partecipazione”.
È vero che i nostri tempi ci hanno abituato ad una certa autoreferenzialità e “distanza dal cittadino” della politica, soprattutto nazionale, cose che tendono ad assopire questa voglia di partecipazione e collaborazione alla vita comune. Ci si vede più come spettatori che non come protagonisti della storia politica e sociale del proprio paese. E così la buona volontà viene a volte assorbita da un sentimento di accettazione, se non addirittura rassegnazione.
Ma questo pericolo di stasi si può e si deve evitare imparando ad essere di nuovo “liberi” nel senso più autentico della parola. Credo che proprio in questa “riscoperta della libertà”, internet, i siti web e soprattutto i blog, che permettono un’interazione tra chi scrive e chi legge, giochino oggi un ruolo fondamentale, in particolar modo nei confronti dei giovani che sono di solito i più recettivi verso questo tipo di novità.
Una delle persone che ha meglio colto e sviluppato questa potenzialità è Beppe Grillo, che come ho sempre riconosciuto è il mio modello. Nella mia città, Oderzo, ho proprio cercato di ricreare, in piccolo e per quanto mi è possibile, il suo impegno e la sua attività.
Quanto a coloro che mi chiedono se queste iniziative siano davvero utili, la mia profonda convinzione è che basta che anche una sola persona sia arricchita o semplicemente indotta a riflettere su ciò che dico perché io mi possa ritenere soddisfatto.
E certo mi fa piacere vedere che di tanto in tanto le mie riflessioni vengono pubblicate sui giornali locali e che taluni problemi sui quali ho puntato la mia attenzione siano stati presi in debita considerazione e talvolta anche risolti.
Come ho detto fin dal primo giorno in cui ho intrapreso questa avventura del blog, la partecipazione stimola la discussione, favorisce il passaggio di conoscenze e informazioni. Ed è sempre vero il detto che “se non sai non sei”. Se non sai non puoi formarti un’opinione, non sai come comportarti, come reagire. Sapere, informare, discutere e partecipare sono le cose che fanno crescere la civiltà nella nostra coscienza e nel nostro paese.

Alessandro Marchetti

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16 giugno 2007

L’acrilammide negli alimenti-terza parte

continua dal 14/6/07

Gli scienziati del NFA (Swedish National Food Administration) hanno calcolato che l’ingestione giornaliera di un uomo normale con un’alimentazione bilanciata è di circa 15/20 microgrammi di acrilammide. È stato scoperto inoltre che il nostro organismo possiede un sistema di detossificazione che riesce a filtrare ed espellere (senza danni apparenti) sino a 30 microgrammi al giorno di tale composto.
Gli studi epidemiologici hanno dimostrato tuttavia che la fascia di età 15-30 anni è spesso soggetta a sforamento di tale soglia in quanto, gli individui appartenenti a questa categoria sono mangiatori non occasionali di snack (soprattutto biscotti e chips) e cibi fritti (patatine dei fast food)!
Questi dati possono sembrare non importanti ma lo diventano non appena si focalizzano attentamente le ben note caratteristiche tossicologiche dell’acrilammide!
Il composto chimico causa danni al DNA e, in alte concentrazioni, anche al sistema neurologico e riproduttivo.
La glicinammide, una metabolica dell’acrilammide, si lega indelebilmente al DNA causando danni genetici che hanno portato, nei topi di laboratorio, a mutazioni e insorgenze di vari tipi di cancro.
La correlazione fra assunzione attraverso i cibi di acrilammide e insorgenza di tumori nell’uomo non è ancora del tutto stata provata: ci sono delle sperimentazioni in corso.
Gli studi conclusi hanno comunque dimostrato che cellule animali ed umane coltivate in vitro hanno subito mutazioni geniche con l’intake prolungato di dosi di acrilammide anche non troppo elevate.

Proprio per gli indiscussi effetti tossici dell’acrilammide e per la poca conoscenza degli studiosi riguardo la formazione della sostanza negli alimenti, sono necessari ulteriori e più approfonditi studi, che già ad oggi sono stati finanziati.
In attesa di ulteriori novità dal mondo scientifico, questi sono i consigli che l’OMS da ai consumatori:
consumare una dieta bilanciata che comprenda tranquillamente pane, pasta e altri derivati amidacei (in quanto consumandoli, in maniera adeguata, non viene superata la soglia giornaliera), evitare il consumo di alimenti fritti (patitine in special modo) e cercare di utilizzare un metodo di cottura che eviti l’esposizione dell’alimento a temperature troppo elevate per tempi prolungati.
Per finire c’è da sottolineare che i fumatori sono pesantemente esposti all’acrilammide la quale si forma durante la combustione dei composti che costituiscono una sigaretta…quindi:
MANGIATE SANO E NON FUMATE!

Erika Poretto


Bibliografia:
www.who.int/foodsafety/publications/chem/acrylamide_faqs/en/index
www.cfsan.fda.gov/dms/acryfaq.
www.konsumentverket.se/html-sidor/livsmedelsverket/engiformationakryl
en.wikipedia.org/wiki/Acrylamide

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